Uomo tra gli uomini

Dio è entrato nella storia. L’eterno abita il tempo. Dio si è fatto uomo tra gli uomini. Che il Regno di Dio era già presente e che il tempo della salvezza era già cominciato: questa la gioiosa notizia che Cristo, duemila anni fa, venne ad annunziare agli uomini. Con la sua venuta in terra, quel Regno del Signore che era stato oggetto di tante profezie entrava finalmente nella storia umana.

Il «Discorso della montagna», la sua magna charta, affermava che per portare un tale Regno a compimento si doveva incontrare Dio in ogni uomo, specialmente se povero e cioè privo di ogni sicurezza, indifeso, perseguitato, ammalato, affamato, senza casa e senza vestito. In tale prospettiva, quella di un regno, la fede dei singoli veniva chiamata a diventare fede di tutto un popolo che, con le sue leggi permeate di spirito cristiano, avrebbe dovuto creare quel clima di diffusa giustizia, di pace, di solidarietà, adatto a soddisfare non solo i bisogni di questo o quel povero, ma di tutti. Purtroppo dopo duemila anni si deve riconoscere di essere ancora in cammino verso una tale meta. Né vi è da meravigliarsi: se essa deve essere raggiunta senza costrizioni e in forza della sola verità e della persuasione, il tempo per raggiungerla non può essere che lunghissimo, quasi senza limiti. Come dire che si tratterebbe di un’utopia? In certo qual modo sì, ma di un’utopia profondamente radicata nel cuore umano. Ma quella che per le sole forze umane è indubbiamente un’utopia, come è dimostrato dal fallimento dei tanti e talvolta cruenti tentativi per realizzarla, per il cristiano che sa di poter contare sull’aiuto di Dio si tratta invece di un traguardo certamente difficile, ma raggiungibile. Sarebbe inutile negare che i ritardi sulla via che dovrebbe portare al Regno di Dio ce ne sono stati, come ci sono state non poche occasioni perdute specie nel Medioevo, quando l’opportunità di incidere in senso cristiano sul costume era certamente maggiore di quanto non sia oggi. Del rallentarsi del corso della storia in tale direzione la responsabilità più grande è forse da vedersi in quella diffusa corrente di pensiero che, quasi per reazione all’eccessiva fretta dei primi secoli cristiani, regala lontanissima nel tempo e addirittura agli «ultimi giorni» l’instaurazione del Regno di Dio privando così del necessario mordente l’impegnativo lavoro che un’opera di tanto respiro chiederebbe. Né meno controproducente è stato al riguardo il considerare il Regno di Dio come una struttura a sé stante in netto contrasto con il cosiddetto «mondo»: il che è certamente vero, purché non si dimentichi quello che Cristo aveva detto a proposito del mondo, e cioè che era venuto non a giudicarlo, ma a salvarlo. È, dunque, fermentando il mondo e le sue strutture con la verità del Vangelo che il Regno di Dio potrà essere realizzato: ciò comporta tra l’altro una più attiva presenza del laicato nella Chiesa. Ho sentito con le mie orecchie Paolo VI invitare a non attendersi sempre e per qualunque ragione l’imbeccata della gerarchia: vi sono campi, come quello del sociale, in cui certe iniziative spettano soprattutto se non esclusivamente ai laici, i quali devono trovare il coraggio del rischio ed eventualmente anche di certe inversioni di marcia che le immaturità dei tempi rendessero necessarie. Obbedienza e pazienza sono indubbiamente grandi virtù, ma non sono tutto. Quello del Cristo sofferente e paziente è uno degli aspetti dell’uomo-Dio che giustamente i cristiani tengono più presente, non fosse altro perché il dolore e la sofferenza e le frustrazioni sono spesso i loro compagni di strada nella vita. Vi sono però in Cristo altri aspetti da tener presenti e da imitare: vi è, per esempio, quello dell’uomo che non si faceva scrupolo di uscire da certi schemi magari sacralizzati dalla tradizione per andare incontro ai bisogni del povero e del malato, quello dell’uomo inflessibile nei confronti degli ipocriti e dei prepotenti, quello dell’uomo sincero che si sottraeva ad ogni compromesso, quello dell’uomo libero, quello dell’uomo giusto. Per l’instaurazione del Regno di Dio è indispensabile imitare Cristo anche in questi aspetti della sua personalità: egli fu uno che non scambiò mai il quieto vivere per la pace dell’anima. Non potremo più arrabbiarci con Lui, addossargli colpe che non ha e puntare il dito contro il cielo accusandolo d’essere lontano. No, lui è qui. Lui è presente. Lui è in mezzo a noi. Mi stupisce e mi affascina questo Dio così innamorato dell’uomo da diventare uno di noi per rivelarsi e farsi conoscere. Dio non ha trovato luogo più affascinante e amabile della nostra carne e ha deciso di abitarla e trasfigurarla. Dio abita la nostra umanità senza sovvertirla, senza addolcirla o levigarla. Dio si fa uomo in tutto e per tutto.

 

 

 

 di don Salvatore Rinaldi

Articolo di Lunedì 17 Dicembre 2018

Rubrica "Fede e Società"

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