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Un gioco rituale?

Le religioni non «servono» solo a sistemare i problemi del mondo, ma sono anche una grande scommessa vitalistica, un grande gioco rituale che chiama in causa le arti. Di fronte all’insondabile vacuità dell’esperienza umana, l’uomo ha sperimentato la via del gioco, della rappresentazione, della danza e della musica, per recuperare quel senso di pienezza verso cui sempre si sente sospinto.

“Il gioco delle arti sceniche è, quindi, indissolubilmente legato alle realtà religiose, perché nasce espressamente come tentativo di organizzare una lettura di quell’universo in cui l’uomo si sente invitato ad esistere, ma di cui non comprende fino in fondo il senso. Tale lettura viene offerta, poi, agli dèi come preghiera, come dono, nel tentativo di commuoverli e di spingerli a stabilire un contatto di vicinanza con il credente, secondo la lezione mitologica di Orfeo che, con la sua musica «dolce e lamentosa», placò le pene dei dannati e commosse gli esseri infernali, ottenendo la risurrezione dell’amata Euridice” (R. Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1983, p. 99). La performance corporea è, quindi, preghiera perché, nel mondo delle religioni, l’universo stesso proviene da una «piroetta» degli dèi o è la risultante di un grande coup de théâtre, ossia di azioni capaci di organizzare un ritmo che riconduca la vita «al suo potente movimento primordiale». Nell’induismo, infatti, viene venerato il dio danzatore Shiva che avrebbe creato il mondo danzando e avrebbe insegnato agli uomini l’arte dell’esistenza proprio attraverso la danza; per i Dogon del Mali, invece, il mondo proviene dalla coreografia dello sciacallo, figlio di Dio; mentre per l’ebraismo il cosmo proviene dalla parola agente di Dio, il quale crea, come un grande attore, la realtà con la parola o, verrebbe quasi da dire in un’accezione teatralmente più corretta, con la voce. La danza, nel mondo delle religioni, è anche una sorta di psicoterapia, una modalità attraverso cui recuperare la propria essenza sacra e mettersi in contatto con la divinità alla quale si è associati. Si pensi a tutte le religioni estatiche, nelle quali si suppone che ogni persona sia una sorta di doppio, di abbozzo, di una divinità maggiore. Attraverso la danza il credente riesce a chiamare gli dèi fuori dall’indifferenza celeste in cui vivono, affinché scendano sulla terra e vengano a prendere dimora dentro i corpi degli adepti a loro consacrati. Perché questo incontro si realizzi occorre una «scena», un luogo che non condivida con il profano le caratteristiche di spazialità e di fisicità, ma che sia sospeso tra cielo e terra, quasi una soglia varcata, uno spazio franco fra due regni distinti. È per questo che gli Ghnaua del Marocco sacralizzano con una cerimonia (ftouherrahba) il luogo in cui si terrà la danza estatica che, come sottolinea la stessa etimologia dell’espressione, ha il compito di «aprire il luogo» alla discesa delle divinità. Il gioco artistico applicato alla religione pone l’uomo di fronte all’infinito potenziale, producendo un progressivo allontanamento dall’affermazione dell’ego per lasciare spazio ad una «ricerca in movimento», mai chiusa in se stessa né ferma nelle sue sicurezze, e alla rappresentazione del totalmente altro. È un procedere religioso che reinventa continuamente il proprio essere credenti, rinnova il vissuto di fede, lo rinfranca con la fantasia e la creatività e, nello stesso tempo, lo riconduce a quell’essenzialità di Dio che spesso si perde tra le foschie delle argomentazioni. È, infine, un tentativo di parlare di Dio, di comunicargli l’esigenza che l’uomo ha in lui; un modo scherzoso, immediato, di forte impatto emotivo, che rifugge da ogni schematizzazione razionalizzante o da ogni serrata argomentazione; un modo, insomma, per emancipare Dio da quelle camicie di forza che troppo spesso il nostro parlare gli cuce addosso. Il concilio Vaticano II ha dedicato un intero documento, il primo ordine di pubblicazione, alla liturgia. Il suo nome è Sacrosanctum Concilium ed è definito come la Costituzione sulla sacra liturgia. È il termine sacro che intendo sottolineate, in quanto affiancato a “liturgia”. Ma che cosa si intende per carattere sacro? Si tratta del mistero della salvezza in Cristo, consegnato alla Chiesa, perché lo renda disponibile in ogni tempo e in ogni luogo attraverso l’oggettività del rito liturgico-sacramentale. Una realtà, dunque, che ci supera, da accogliere in dono e dalla quale lasciarsi trasformare. Infatti, afferma il Concilio Vaticano II, «…ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza…» (Sacrosanctum Concilium). A volte con il pretesto di una male intesa creatività si è arrivati e si arriva a stravolgere in vario modo la liturgia della Chiesa. In nome del principio di adattamento alle situazioni locali e ai bisogni della comunità ci si appropria del diritto di togliere, aggiungere o modificare il rito liturgico all’insegna della soggettività e dell’emotività. Affermare, dunque, che la liturgia è sacra significa sottolineare il fatto che essa non vive delle invenzioni sporadiche e delle “trovate” sempre nuove di qualche singolo o di qualche gruppo. Essa non è un circolo chiuso in cui noi decidiamo di incontrarci, magari per farci coraggio a vicenda e sentirci protagonisti di una festa. La liturgia è convocazione da parte di Dio per stare alla sua presenza; è il venire di Dio a noi, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo. LA LITURGIA è il luogo abituale e indispensabile del nostro incontro con il Signore. Lì tutto deve parlarci di Lui, tutto deve condurci a Lui, tutto deve essere via alla contemplazione, all’adorazione della Sua presenza e del Suo mistero di salvezza. La celebrazione liturgica, sempre e senza soluzione di continuità, è lo spazio privilegiato nel quale si rinnova l’offerta di Cristo al Padre per la salvezza del mondo, così che la Pasqua di Colui che è morto sulla croce per noi diventa la nostra Pasqua e la nostra vita.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 14 Gennaio 2019

Rubrica "Fede e Società"

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