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Quale Dio?

La situazione esistenziale dell’uomo nel mondo contemporaneo è caratterizzata da una profonda inquietudine, dall’angoscia derivante dalla necessità di dare un senso alla propria vita rispondendo agli interrogativi che tormentano l’animo umano: «Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? Che senso ha la mia vita?».

Tutto il progresso tecnologico, le conquiste spaziali, lo sviluppo enorme dell’informatica, non hanno saputo rispondere alle domande che turbano il cuore dell’uomo ed esigono una risposta che possa dare pace all’inquieto roteare dei pensieri, delle aspirazioni, del bisogno profondo di essere amati, dell’esigenza di trovare un’acqua che possa, una volta per tutte, estinguere la sete che sorge dall’aridità dell’animo umano. Tutta l’opera svolta dalla nuova evangelizzazione non ha ancora avuto la forza di fermare la distrazione della mente degli uomini di oggi (neanche di quelli che frequentano le Messe domenicali) per far convergere l’attenzione sulla necessità di una conversione profonda, di un cambiamento di rotta per passare da una religiosità naturale alla fede adulta; dall’asservimento alle idolatrie di questo mondo all’adorazione di un solo Dio, il Dio di Gesù Cristo; dalla schiavitù del non essere alla libertà dei figli di Dio; dal peso della legge alla gratuità dell’amore di Dio. La fede non è un aderire ad alcune verità senza un coinvolgimento totale dell’essere. Non ci può essere una dicotomia, un divorzio tra la fede e la vita. Non siamo marionette che si muovono perché guidate da una mano altrui: il perbenismo, la prassi, la reiterazione delle convenzioni, dal «tanto così fan tutti». Lo spirito dell’uomo ha bisogno di un incontro, ha bisogno di un impatto frontale, sente la necessità di essere ferito dallo strale del kerygma - l’annuncio della nostra salvezza tramite la morte e la risurrezione di Cristo -, dall’Amore che perdona, dall’Amore che consola, dall’annuncio di salvezza che porta fuori dal buio della propria tomba per uscire alla luce della «stella del mattino che non conosce tramonto». Ogni esperienza umana vera per essere autentica ha bisogno che la dimensione umana più universale e quella propriamente soggettiva siano vissute nella loro pienezza. La più tipica di queste esperienze è l’innamoramento, infatti l’innamorato coglie nell’amore ciò che conferisce senso a quello che vive, ma nello stesso tempo tutto ciò dipende dalla presenza di un volto, di una storia, di una persona che nella sua unicità è la sola in grado di dare significato al suo amore. C’è un’identificazione tra questa domanda di senso e la ricerca di fede, perché entrambe sono animate dallo stesso sentimento di ascolto, cioè la capacità di sentire nel più profondo di se stessi la verità e l’autenticità del proprio essere nel mondo. «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo», dice l’Amato all’Amata del Cantico dei Cantici (4,9). L’uomo di oggi va in cerca, a volte senza saperlo, di uno sguardo che possa ferire il proprio cuore, di uno sguardo d’amore che possa tacitare le ansie e le burrasche della vita. Va in cerca di un cristiano che sappia riverberare nei propri occhi lo sguardo di Dio, che guardi l’altro così come lo guarda Dio. La fede è un avvenimento, durante il quale i tuoi occhi, dopo aver vagato per ogni dove, fermano la loro attenzione sullo sguardo di Gesù che ti ferisce il cuore e, come la sposa nel Cantico dei Cantici, puoi dire anche tu: «Trovai l’amore dell’anima mia. Lo strinsi forte e non lo lascerò più» (Ct 3,4). Oggi è molto difficile incontrare uno sguardo, tanto vai in fretta e sei preso da mille occupazioni. Non senti più neanche il calore della voce dell’altro perché non hai il tempo per andare a trovarlo, né per telefonargli: gli mandi un freddo messaggio o un’altrettanto fredda e-mail e l’incontro perde il calore di una stretta di mano, di un sorriso. Dico questo per mettere in evidenza che, se senti il bisogno di uno sguardo che ti ferisca il cuore, devi ascoltare una voce che ti chiama. Devi fermarti e decidere di andare là dove ti porta la voce di Gesù che dice: «Vieni e seguimi!» (Mt 19,21). Dio cerca me e desidera me, per donarsi a me. La vera domanda che devo pormi, allora, è chi è Dio per me («Voi chi dite che io sia?», Mt 16,13). Il contenuto essenziale è che solo l’incontro con la persona di Gesù Cristo può parlarmi di Dio Padre, per cui solo in questa relazione posso rispondere con parole autenticamente vere alle domande: «Chi è Dio?», «Quale Dio?». La fede allora è un dialogo, è accettare di mettersi in relazione con lui. Leggiamo poche righe del Vangelo di Giovanni (14,8-9): «Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo! Chi ha visto me, ha visto il Padre”». Secondariamente, ma non meno importante, occorre individuare la dimensione comunitaria come via fondamentale e imprescindibile di ogni cammino di fede. Proprio perché la fede è la relazione per eccellenza, va vissuta in una rete di relazioni.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 18 Marzo 2019

Rubrica "Fede e Società"

 

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