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Capire - dialogare - impegnare

Il matrimonio non può essere pensato come un fatto che si spiega solo con l’attrattiva amorosa e con la gioia che due giovani provano amandosi. Il matrimonio è una vocazione, si intende dire che si entra nel matrimonio perché si è chiamati da qualcuno: chiamati per svolgere una missione. La prima realtà da costruire sarà una «intima comunità di vita e di amore». Questa comunità sarà la «casa» dove abiteranno per tutta la vita. La casa vera. 

Si può avere una casa fatta di mattoni, ben arredata e dotata di tutti i conforts, e vivere male. La casa vera sarà quella degli affetti.  È qui che troveranno la gioia di vivere insieme. È una casa che ha bisogno di essere curata ogni giorno, restaurata quando presenta crepe, difesa dall’usura del tempo, resa gradevole. Dentro questa dimora degli affetti gli sposi si impegneranno nel lavoro delicato e difficile di «costruire delle persone». Ci sono «case» dove si fanno cose. Invece il matrimonio è la casa attrezzata per costruire persone. L’uomo e la donna si impegneranno per tutta la vita in questa impresa. Tutto il resto è funzionale a questo compito. In particolare: dovranno impegnarsi a continuare la costruzione di se stessi e della persona amata, per diventare perfetti come persone umane. Dovranno generare la vita: non solo nel senso di procreare dei figli, ma nel senso più ampio di far crescere la vita in sé, nei figli, nella comunità. Lo strumento principale di cui si serviranno sarà l’amore. Le case si costruiscono con le pietre; le macchine con i metalli; le persone si costruiscono con l’amore. La casa deve diventare il luogo dove si vive da cristiani, cioè dove si ascolta la sua Parola, si prega, si vive insieme la comunione con Dio e il perdono. I fidanzati devono andare oltre quell’immediata sensazione di benessere che li porta a dire: «mi piaci», «con te sto bene», «desidero vivere con te» ecc., per giungere a capire che il matrimonio si apre su orizzonti vasti, a partire da questo iniziale «volersi bene». Il matrimonio è come un nuovo utero dentro il quale l’uomo e la donna nascono a una nuova forma di vita, quella di coppia, e continuano insieme la loro crescita, fino a raggiungere quella maturità che li rende capaci di essere fecondi di vita. L’immagine del matrimonio come un utero può lasciare perplessi. Invece a ben pensare vediamo che la persona umana incomincia a esistere dentro un utero, quello della madre. E continua a crescere in altri uteri che non sono fatti più di carne, ma sono formati - come i nidi - dai fili sottili delle relazioni dentro cui la persona si sente amata. Senza amore l’uomo muore, anche se fisicamente scoppia di salute. E per non morire costruisce con la persona amata un ambiente che diventa il luogo dove entrambi rilanciano la crescita della loro vita. Questo cammino di crescita non può essere abbandonato alla sola spontaneità. L’attrattiva è un fatto prezioso, necessario; ma è solo il richiamo iniziale. Resta poi da fare quel lungo lavoro che porterà entrambi a distaccarsi dalla propria individualità e dalla propria famiglia per avvicinarsi sempre più all’altro. Impareranno poco alla volta a mettere insieme tutta la loro vita, mentre vivranno la gioia di intense emozioni amorose. Impareranno soprattutto a superare quella forma di individualismo che diventa facile egoismo, e che spinge ognuno di noi a chiudersi nel proprio mondo e a pretendere che l’altro si pieghi a noi, al nostro modo di pensare, ai nostri gusti, alle nostre abitudini, ai nostri hobbies, ai nostri sentimenti. Che ognuno possa essere se stesso e possa crescere e realizzarsi nella linea della sua personalità. Anzi, l’amore vero rende attenti all’altro, alle sue esigenze. Capire l’altro, nell’imparare a guardarlo, a conoscerlo. Bisogna saper vedere l’altr, in tutta la verità della sua persona: la persona di cui mi sono innamorato non è solo un corpo più o meno bello, un carattere più o meno corrispondente alle mie attese, ma è anche sentimenti, affetti familiari, idee, cultura, convinzioni, valori, spiritualità, religiosità, ecc.; in tutta la verità del suo destino, la persona di cui mi sono innamorato non può chiudere il suo destino dentro la mia vita, ma è una creatura il cui destino ultimo è di raggiungere Dio, diventandone partner; tutti gli altri obiettivi sono solo tappe intermedie che portano al traguardo finale, che è Dio. Saper dialogare con l’altro, cioè nel saper rispettare e accogliere l’altro con tutte queste esigenze. Infatti non basta capire cosa sia una persona e cosa la persona attenda dalla vita. Ma ognuno dei due deve essere convinto che l’altro spera di trovare nel matrimonio la realizzazione della sua vita. Saper impegnare la propria vita l’uno per l’altro, nel sapersi aiutare e sostenere nel cammino della vita, trovando nell’altro un punto di riferimento sicuro e fedele per la propria crescita e realizzazione. Aver formato in sé quelle qualità umane che rendono la persona capace di superare il ristretto orizzonte della propria vita individuale, e di allargarsi agli interessi di vita delle persone che si dice di amare. 

 

di don Salvatore Rinaldi 

Articolo di lunedì 14 Ottobre 2019

Rubrica "Fede e Società"

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