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Superare la sofferenza

«È stato terribile. Non avrei mai immaginato che potesse accadermi una cosa simile! Da quel momento la mia vita è cambiata per sempre. Non sono più stato lo stesso. Niente è più come prima». Quando si parla di traumi, le persone si riferiscono spesso a un prima e a un dopo nella loro esistenza, a qualcosa che ha segnato un profondo cambiamento di vita: il trauma è un evento spartiacque.  

Da un punto di vista dell’etimologia greca, la parola “trauma” rimanda a frizione, a ferita, a lacerazione, in altre parole a qualcosa che lascia un segno, una cicatrice. Nel mondo fisico, il trauma è infatti collegato all’idea di una frattura, a un’azione che genera una discontinuità. Trauma “stimolo eccessivo”, qualcosa di terribile che ci capita all’improvviso e che ci fa sentire sopraffatti e impotenti, incapaci di reagire e di affrontare la situazione. «Avevo sempre reagito bene alle difficoltà, ma quello è stato davvero troppo, non ce l’ho fatta, ho ceduto, sono crollato». Eventi e situazioni molto diversi tra loro possono configurarsi come traumi. Ecco perché i traumi sono classificabili in modi differenti, a seconda dei criteri che utilizziamo. Tra di essi troviamo eventi del tutto causali, magari non facilmente evitabili, e altri che invece sono causati direttamente dagli esseri umani. Questo potrebbe essere un primo criterio utile per classificarli. Un altro modo, altrettanto utile, è sicuramente quello di distinguere fra: traumi individuali e traumi collettivi. Le aggressioni, lo stupro, l’ustione da fulmine, l’incidente da evento atmosferico, il suicidio di una persona cara rappresentano traumi individuali, mentre il crollo di un intero immobile assume le caratteristiche di trauma collettivo, per il gran numero di persone coinvolte. Il trauma collettivo per antonomasia è ovviamente quello costituito dalla guerra. Implica lutti molteplici, uno stato di minaccia continua, un senso di allarme ricorrente, un’intensa stimolazione sensoriale (la vista del sangue e dei morti, le urla, gli odori). Ma anche determinati eventi vissuti solo su un piano mediatico possono comunque costituire un trauma per una parte della popolazione. Quando parliamo di traumi, non possiamo dimenticare quelle che chiamiamo “condizioni traumatiche”, che non sono eventi precisi. Intendiamo quelle realtà, che si ritrovano perlopiù all’interno dell’ambiente interpersonale di sviluppo di un bambino e che spesso riguardano le sue figure di riferimento, che sono ripetute nel tempo, ricorrenti e a volte durano anni e anni. Soprattutto il maltrattamento fisico e l’abuso sessuale, ma anche la violenza domestica. La popolazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo appare spesso portatrice di storie costellate da eventi traumatici multipli. Non tutti coloro che si trovano ad affrontare un evento traumatico finiscono con il presentare una qualche forma di sofferenza clinicamente rilevante, anche se purtroppo possono avere comunque una buona probabilità di sviluppare un disturbo. Quando possiamo dire che un ricordo traumatico è davvero risolto, superato? Sostanzialmente quando diventa un ricordo come gli altri. Spiacevole, sgradevole, triste o doloroso che sia, ma comunque non più in grado, qui e ora, di produrre delle relazioni come se l’evento si stesse verificando nel momento presente e non si trattasse, invece, di una memoria che riguarda ormai qualcosa che appartiene solo al passato, quindi definitivamente concluso. Ne consegue che il primo passo di ogni tentativo di andare oltre il dolore e la sofferenza implica un abbassamento del livello di paura e il ripristino di un senso di sicurezza. Fino a quel momento, è come se l’individuo sapesse razionalmente che il pericolo è ormai terminato, ma il suo cervello ancora non ci credesse e il suo corpo non lo sentisse. Tra i vari modi personali di affrontare una sofferenza individuale che provenga da qualcosa di profondamente negativo accaduto in passato, alcuni possono essere più salutari – come chiamare un amico, ascoltare della buona musica, pregare o cercare di rilassarsi – altri, invece, potrebbero risultare meno sani o persino dannosi. Troppo spesso le persone, infatti, mettono in atto comportamenti rischiosi per la propria salute in un tentativo di alleviare il dolore emotivo. Per esempio, modi decisamente poco sani sono: guardare ore e ore la tv «per cercare di non pensare»; isolarsi dagli altri o, viceversa, buttarsi in una vita sociale frenetica e stressante; iperalimentarsi, sotto nutrirsi o malnutrirsi; dormire troppo e trascorrere molte ore a letto; bere troppo alcol o assumere troppa caffeina; utilizzare cannabis o altre droghe per calmarsi o, al contrario, per tentare di “risvegliarsi”.

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 19 Novembre 2019

Rubrica "Fede e Società"

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