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La Parola si è fatta corpo

Il Verbo si dispone ad essere dato alla luce in un corpo sensibile e in un percorso di vita, in un tempo e in luoghi diversi, in una lingua e in numerosi incontri, in una tradizione e in costumi particolari. Promessa straordinaria. Dio si è fatto uomo, ha assunto la carne umana. La storia effettiva di quell’uomo di Nazareth è stata riconosciuta come presenza reale del Figlio di Dio in mezzo a noi, per il nostro bene. 

È nostro compito, quindi, resistere al desiderio di conoscere il mistero di Dio, prescindendo dal riconoscimento della storia di Gesù, evitando il confronto serrato e permanente con la sua vita e i suoi gesti. La storia di Gesù sarebbe poca cosa se fosse presa come una semplice occasione esterna, meramente strumentale e, infine, marginale per la comunicazione di una verità eterna, senza tempo e senza luogo. Dio non parla all’uomo con discorsi eloquenti, ma è un corpo che parla all’uomo con amore gratuito. Ciò che Dio dice di se stesso e di noi nella carne del Verbo non è separabile dalla storia di Gesù come ci è data. Il contenuto della sua rivelazione è inseparabile dalla forma di un corpo, dallo stile di una vita. In questo modo Dio manifesta la sua santità. Senza limiti, si presenta in quanto si rappresenta nella figura di un corpo. Si presenta e si racconta, in quanto si offre in una particolare forma storica e corporea. Dio puro che non ha paura di sporcarsi le mani, ha la forza di portarci ad «accettare la contingenza, senza perdere il gusto per l’eterno» a descrivere le esperienze vissute nella luce della rivelazione, a riconoscere una fisionomia che illumina l’evento biblico a partire dalle caratteristiche delle nostre vite quotidiane. E perciò a coltivare il gusto per l’eterno, accogliendo la contingenza come un dono; a vivere i misteri cristiani nei luoghi e nei ritmi più elementari e ordinari della vita quotidiana e delle relazioni. L’esperienza di fede nel Dio di Gesù si presenta, pertanto, come esperienza biografica rielaborata, tanto nella sua dimensione personale come comunitaria. Presentata in narrazione, trasforma il tempo in storia di grazia, luogo affettivamente riconosciuto come sacro, dove Dio parla di sé come Dio per noi. Dio che si ascolta, si vede, si tocca come agàpe-che-genera, la cui prima parola è la creazione di tutte le cose nella generazione del Figlio e che, quindi, «non vive semplicemente sussistendo, ma generando», cioè vive eternamente dando vita. Con tutta la sua complessità e ambiguità, è nei luoghi del nostro quotidiano che, senza sosta, si gioca l’esistenza di ogni uomo, di ogni donna e di ogni gruppo umano. Perciò questo è anche l’humus dell’immagine che possiamo avere di Dio, corretta o distorta, e dell’atto di credere, accettato o negato, in quanto esperienza densamente umana. Ben lungi dall’essere un vago e cieco brivido dell’anima o il risultato chiaro e distinto di una dimostrazione logica, la fede è sempre una questione di vita e di morte della paura di avere fiducia in un altro e di affidarsi a lui. È disposizione vitale e contatto fisico, a volte drammatico e doloroso, con Dio, Origine e Fine, che a noi si espone, anch’egli, nel corpo e nella carne del Figlio. Sarebbe molto povero considerare la fede soltanto come una dottrina da accettare e da apprendere ciecamente. Oppure come un insieme rigoroso di riti da eseguire impeccabilmente, o come una morale severa da seguire scrupolosamente. O, ancora, come una ricca tradizione religiosa da conservare fedelmente. E sarebbe ancora più povera se fosse presa come la soluzione istantanea di tutti i problemi, più o meno alienata dalla realtà, più o meno ideologica, più o meno eterna. La fede, pur essendo un’opzione per uno stile umano di vita, grato e gentile, che genera perciò individualmente e comunitariamente modi concreti di vedere, di pensare e di agire, è prima di tutto disposizione, dinamismo e incontro viscerale con il paesaggio, la parola e il volto di Dio rivelato nella storia reale di Gesù. È incontro con la grazia del figlio di Dio che salva a faccia a faccia, a volte a corpo a corpo, perché il dono può trovare resistenza, grazie al quale liberamente e fiduciosamente mi abbandono. Proprio perché la fede è una questione di vita (e di morte), mi potrà far vivere, rimanendo fedele. La fede che salva è pertanto il riconoscimento affettivo e meditato, continuamente grato, e l’abbandono libero, continuamente rinnovato, alla sovrabbondanza del dono divino che, nella storia di Gesù, si rivela degno degli affetti umani più cari e si offre così al discernimento e alla decisione della libertà, corporalmente e storicamente situata. Non dimentichiamo come i discepoli stessi, solo quando sono «toccati» dall’umanità di Cristo, diventano capaci di toccare la sua divinità. Proprio perché «non c’è altro accesso alla divinità di Dio, se non attraverso la sua propria umanità». Si genera fede in Gesù di Nazareth come si genera la vita di ogni  essere umano: prima di tutto, nella fiducia riconosciuta, accettata e ricambiata. Vita e fede sono, infatti, una questione di fiducia, poiché toccano radicalmente l’origine e il destino della nostra umanità: ciò che affettivamente ci tocca e le espressioni nella nostra libertà, la verità dei nostri affetti e la giustizia dei nostri desideri, il riconoscimento reciproco delle nostre relazioni, la forza e la forma delle nostre realizzazioni. La nostra umanità viene alla luce e si struttura, in modo salutare, negli incontri (il primo bambino con la madre e il padre) e per mezzo d’incontri che hanno la fiducia come segno elementare. Viviamo legati da «affetti intensi e persistenti che legano, che creano legami interpersonali e che regolano le relazioni intersoggettive». Ossia, viviamo dì incontri di riconoscimento reciproco - non temo che tu mi conquisti o mi annulli in te, né pretendono di conquistare te, né di annullarti in me, perché dinanzi a te, mi riconosco riconosciuto - che coinvolgono tutta la vita e che, perciò, generano la vita e mantengono in vita. Io sono perché qualcuno, generosamente, con il sorriso e con la parola, mi ha dato alla vita e mi ha chiamato per venire liberamente alla luce. In questo modo comincio a situarmi, concretamente, all’interno dello spazio di quell’alterità che riconosco degna di fiducia e quindi capace di attrarre la mia libera adesione. Fin da quando sono stato dato alla luce e alla parola, io vivo sempre tra questa grata memoria (a volte, dolorosa) del dono che mi genera (sono un figlio dato alla vita) e l’esercizio necessario di decidermi liberamente, dando così un progetto sensato alla mia esistenza (io sono il padre e la madre della mia vita, per la quale rispondo).

 

di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 9 Dicembre 2019

Rubrica "Fede e Società"

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