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Non angustiatevi

L’ideale cristiano non è quello di un uomo e una donna tranquilli e inscalfibili; il cristiano è bene che sia preoccupato, che corra e si affanni. Ciò che muove questa corsa però non è la disperazione, ma il riflesso dello sguardo paterno e materno di Dio che per tutti si preoccupa. Tuttavia l’ansia non sarà dimenticata; sarà invece ricordata come il segno della lotta sostenuta affinché ciò che era prezioso potesse vivere.

Il futuro è considerato non più come una promessa, ma come una minaccia perché le conoscenze tecnico-scientifiche si sono sviluppate in modo formidabile ma, incapaci di sopprimere la sofferenza umana ed esponendo l’individuo e la società a un nuovo tipo di ignoranza generatrice di incertezze, alimentano la tristezza e il pessimismo dilaganti in un contesto di perenne emergenza. Ci si sente come in quella situazione di mezzo, di cui non si sa con certezza come andrà a finire. Tutto è vissuto come un rischio. A ciò si aggiunge la pressione esercitata dai mass media. Per mezzo di questi strumenti la gran massa di popolazione conosce direttamente e personalmente gli avvenimenti ed è messa in grado di sapere e vedere le conseguenze della crisi. Gli strumenti della comunicazione sociale esercitano nella vita dell’uomo contemporaneo una presenza così invasiva e pervasiva che è difficile sottrarsi al loro influsso. Il rischio che l’individuo pensi, parli e compia scelte secondo i modelli proposti e imposti dai media, fino a esserne profondamente plasmato nel suo modo di pensare e di vivere, è tutt’altro che remoto. Di conseguenza, ogni esperienza che la persona vive acquisisce un significato relativo che si esaurisce all’interno dell’esperienza stessa. Questo comporta, tra l’altro, una forte difficoltà da parte della persona a dare coerenza ai propri atteggiamenti e ai comportamenti che manifesta lungo l’asse del suo tempo quotidiano. in questo orizzonte che la Bibbia può darsi e dirsi come fonte di speranza e come via per tornare a pensare e con una triplice offerta: offrendo all’uomo l’immagine vera di Dio; l’immagine di se stesso chiamato ad essere in relazione con Dio e con gli altri uomini e donne; infine l’offerta di un’immagine dell’altro uomo con il quale attraversare questo tempo. La Parola assume un atteggiamento di contestazione, favorendo un confronto con un altro modo di vivere la vita. Se la cultura di un ambiente mostra aspetti devianti dal significato cristiano della vita, la parola di Dio li corregge attraverso l’integrazione di significati nuovi. Se la cultura di un ambiente mostra aspetti significativi anche per il messaggio cristiano, la Parola li rafforza alla luce della interpretazione trascendente. La Bibbia si pone come via privilegiata perché al relativismo contrappone la relazionalità, che non può avere altro fondamento al di fuori del Dio cristiano. La Bibbia, fonte di memoria, può aiutare a transitare verso nuove situazioni, agevolando la persona nell’aprirsi alla trasformazione che Dio opera in ciascuno. La memoria di Dio, che parla e offre una buona notizia che chiede all’uomo solo la capacità di sapersi affidare, può generare il desiderio di senso. La memoria di Dio, che continua a donarsi, può dischiudere all’uomo la via che lo porta alla vita e alla libertà. La memoria di Dio, che manda e invia testimoni a comunicare la novità di relazione con lui e con gli altri uomini, può aprire l’uomo alla ricerca di una nuova relazionalità superando il soggettivismo e il relativismo esasperato. C’è un modo buono di affannarsi ed è quello che emerge nel libro di Tobia, in cui gli affanni vengono temperati grazie alla certezza della provvidenza divina. Altro libro esemplare è quello del Qoèlet, in cui lo sguardo realistico del protagonista sulla amarezza della vita lo porta a smascherare le contraddizioni interiori, a cercare un’immersione più sapienziale nel presente, dando legittimità alle domande di senso, senza la pretesa di conoscere e risolvere tutte le risposte, ma fidandosi di un mistero benevolente. Dal punto di vista psicologico, molto spesso il fatto di avere uno sbocco, una motivazione, un senso, modificano la percezione stessa della difficoltà che si sta vivendo. Viktor Frankl ha fondato la logoterapia su questa presa d’atto. La contemplazione di una “meta di bellezza”, basata su una speranza affidabile, è in un certo senso performativa, pro-attiva, poiché plasma il presente alla luce del futuro luminoso di Dio (Benedetto XVI, Spe salvi 1 e 2) e anche retroattiva, in quanto permette di rivisitare il passato, illuminandolo. Nella Lettera ai Filippesi Paolo invita a smettere di preoccuparsi e a far sapere a Dio ciò che ci manca, qualunque cosa essa sia. Dio ci promette la pace, se ci rivolgiamo a lui. Dice non che le circostanze cambieranno, ma che la pace entrerà nei nostri cuori: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù (Filippesi 4,6-7). Se seguiamo queste preziose indicazioni e riempiamo mente e cuore con cose buone, non ci sarà spazio per la preoccupazione. La preoccupazione verrà sostituita dall’interessamento, dall’attenzione a cui abbiamo fatto riferimento. L’applicazione di queste sollecitazioni richiede un impegno da parte nostra, uno sforzo, perché la nostra mente è, per natura, orientata diversamente. La fede nella sapienza di Dio e la volontà di vivere una vita equilibrata e serena ci spingeranno a perseverare.

 

 di don Salvatore Rinaldi

Articolo di lunedì 16 Marzo 2020

Rubrica "Fede e Società"

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